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LA STORIA DELLA VALLE DEL SALTO E BORGO S. PIETRO

A Borgo San Pietro siamo ricchi di storia. Come spesso accade, però, non ce ne rendiamo conto.

La nostra si snoda lungo il fiume, il Salto, ed è anche la sua storia.

Nell'antichità italica preromana (ma tracce di vita umana nel periodo neolitico e nell'epoca pelasgica dimostrano la presenza dell'uomo fin dalla preistoria), ci furono gli Equi (del 494 a. C. le prime notizie), e poi gli Equicoli, che vivevano di caccia, guerre e razzie

duris Aequicula glaebis:
/armati terram exercent semperque recentis
/convectare iuvat praedas et vivere rapto

scrive Virgilio nell’Eneide, nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti,

“gli Equicoli, che zolla han durissima.
\Armati lavoran la terra, e sempre ogni giorno
\armano radunar nuove prede e viver di furto”
.

Poi vennero i Romani, poi l’impero romano cadde e subimmo l'invasione longobarda.

Con le invasioni, la crisi dei centri urbani, tra cui Cliternia, il maggiore dell’epoca, toccò il fondo, mentre si diffondeva il fenomeno del monachesimo.

Nell’891 bande di Saraceni seminarono morte e distruzione nella Valle. Le popolazioni si misero al sicuro in luoghi più elevati.

Panorama di Petrella SaltoIn questo modo, insieme a tanti altri castelli, nacque Petrella Salto (il nome sembra derivi dall’esistenza dello sperone roccioso intorno a cui si pose l’insediamento; alla scelta del sito, però, certamente non fu estranea l’esistenza delle decine di sorgenti che uscivano dallo sperone roccioso e assicuravano i necessari rifornimenti idrici).
Petrella e i suoi centri satelliti cominciarono l’avventura del Medioevo: le lotte tra Vescovi e feudatari e le lotte tra i feudatari. Borgo San Pietro, dove noi ci troviamo, viene citato come feudo dei Mareri, all’epoca di Cola, vale a dire nei primi del 1400.
E alla famiglia Mareri, che sia pure tra alterne vicende (da noi sono passati i Barberini, i Colonna e tanti altri padroni) ha dominato la nostra valle, riporta la storia, un po’ leggendaria, della Beata Filippa.
Il Monastero di Clarisse, da lei fondato, fu il primo del Regno di Sicilia, e intorno ad esso si sviluppò nel tempo il villaggio di Borgo San Pietro.

Crocefissione di Giorgio De ChiricoLa storia di Filippa è emblematica del Medioevo e delle sue contraddizioni: vergine, prima santa del Secondo Ordine Francescano (l’elevazione agli onori dell’altare compare in una Bolla di Innocenzo IV del 1247), rigettò le ricchezze e i fasti del suo mondo, e abbracciò all’interno di una proprietà della sua famiglia il modello di vita di santa Chiara, nel quale il lavoro era tenuto in grande considerazione unitamente al servizio dei poveri e all'apostolato, ma fu anche, inconsapevolmente, strumento delle contese dell’epoca tra i feudatari e la Chiesa (assolutamente da visitare il suo Museo, qui a Borgo: vi sono esposte sia opere d’arte, sia manufatti delle cosiddette arti minori, sia oggetti della vita monastica: ad esempio le casse rivestite in cuoio, portate in dote  alle suore, nelle quali venivano riposti i corredi di coloro che perfezionavano la professione di fede, i flagelli usati dalle suore per penitenza; notevole, infine, una Crocefissione di Giorgio De Chirico, che – è una vicenda che poco si conosce – soggiornava spesso tra Fiumata e Borgo San Pietro).

Il Rinascimento portò anche da noi i suoi intrighi di corte. E di uno di essi, conosciuto nel mondo intero, ne fu quasi esclusivo scenario la nostra terra: la romantica, tragica, vicenda di Beatrice Cenci, di cui scrissero, tra gli altri, Shelley, Sthendal e Dumas.

La sua storia d’amore con Olimpio Calvetti, castellano della Petrella, l’uccisione del padre, il processo e la sua crudele morte sembrano i luoghi topici di una metafora realmente accaduta, che riassume in sé l’epoca dei delitti di corte, degli intrighi, delle passioni più nobili e di quelle più abiette. Né si poteva immaginare, per una cronaca dalle atmosfere cupe e sanguinarie nella quale l’amore, la morte, l’interesse si fondono in una inscindibile mistura, location più rappresentativa delle nostre brune montagne e dei nostri aspri speroni, a volte quasi magici nel loro improvviso scoscendere.

Con il Risorgimento e l’Unità d’Italia – nel 1808, il Re Gioacchino Murat aveva accorpato le Università di Mareri, Borgo San Pietro, Petrella, Staffoli e Capradosso, costituendo il Comune di Petrella Salto – arrivò il brigantaggio. La storiografia futura dirà se esso fu lotta politica a favore del vecchio regime che tramontava, oppure rapinatori e grassatori tout court, oppure l’uno e l’altro, e se la miseria che li generò nasceva dal nuovo ordine politico, rappresentato dai Savoia e dal neonato Regno d’Italia.

Certo è che, almeno nei nostri luoghi, la prima ribellione venne da soldati dell'esercito borbonico, che rifiutavano il nuovo Regime (l’opposizione a rimuovere gli stemmi dei Borbone si ebbe in tutti i centri): nella zona del Cicolano, Petrella fu il primo Comune che aderì, per decisione di vertice, al nuovo Regno d'Italia, ma già due settimane dopo a Brusciano di Fiamignano scoppiarono gravi disordini che ben presto si estero a tutta la zona. Tra i borghi che maggiormente parteciparono vi fu Borgo San Pietro, saccheggiato con l'aiuto degli stessi abitanti.

Pochi anni – se guardati con l’occhio dei millenni: la nostra storia è cominciata al tempo degli Equi – separano quegli eventi dalla Grande Guerra, dal Fascismo e dalla Seconda Guerra Mondiale, il momento in cui il nostro tempo e la nostra storia sembrano perdere la loro memoria.

La diga del lago del saltoLa Montecatini deve costruire un bacino idroelettrico per alimentare la Centrale elettrica di Cotilia. Nel 1940 (i lavori erano iniziati nel 1937), l’acqua inonda la Valle del Salto ad opera di una diga che sbarra il fiume Salto. Borgo San Pietro, Teglieto e Fiumata, ricostruite più a monte, vengono sommerse.

Le case, le cose, la memoria, l’identità, scompaiono. La valle che per gli Equi era territorio di caccia e saccheggio, su cui il fiume Salto scorreva ininterrotto come il tempo, si dissolve. Nasce il Lago, una nuova identità.

Oggi qui a Borgo noi siamo il Lago, e non potremmo essere quello che siamo senza di lui, le sue rive, le sue acque verdi e gli alberi e la terra che vi si specchiano. Abbiamo mutato la nostra identità. Ma siamo sempre gli stessi, ieri l’altro cacciatori, ieri contadini, oggi e domani pescatori.

Qualcosa che si trasforma, rimanendo però uguale, proprio come il tempo, che trasfigura tutto ciò che incontra, ma ne lascia intatta l’essenza.

di Diego Giordano

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